Sapere o saper fare?

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Sapere o saper fare?

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Cari lettori e care lettrici, sono lieto di proporvi una riflessione quanto mai attuale tratta dai “Quaderni del carcere”, opera che Antonio Gramsci scrisse durante la sua reclusione nel carcere di Turi. A ben ottantatre anni dalla sua morte alcuni temi di cui l’intellettuale si è fatto portavoce ci fanno ancora riflettere. Infatti, erroneamente si tende a distinguere l’intellettuale da chi non lo è, discriminando, perciò, una considerevole parte di persone che, per esempio, pur non avendo studiato, creano e plasmano con le loro mani opere d’arte. Cosa ne sarebbe del nostro patrimonio culturale se non potessimo osservare con i nostri occhi ceramiche, vasi o staute? Alcuni di voi potrebbero pensare che i libri o i computer siano sufficienti per apprendere ma non vi pare un po’ riduttivo limitarsi ad osservare le immagini da un libro stampato? Secondo me lo è ed è proprio per questo motivo che tramite il mio articolo spero di farvi apprezzare l’importanza sia della conoscenza libresca sia del saper fare tecnico. Gramsci, infatti, scrisse: “Se si può parlare di intellettuali, non si può parlare di non intellettuali, perchè non-intellettuali non esistono. Ma lo stesso rapporto tra sforzo di elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso non è sempre uguale, quindi si hanno diversi gradi di attività specifica intellettuale. Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un «filosofo», un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare”.

Le parole di Antonio Gramsci tratte dai Quaderni del carcere sono molto evocative e rappresentano in modo eccellente l’uomo come essere pensante. Come spiega l’autore, non vi è una differenza tra intellettuali e non-intellettuali. Tutt’ al più, l’unica distinzione che è possibile operare, è tra coloro che svolgono quotidianamente un lavoro a stretto cotatto con la cultura, per esmpio insegnanti e ricercatori e, invece, coloro che sono maggiormente abituati a lavori manuali, come carpentieri, falegnami e molti altri che aggiungono al sapere tecnico una cultura derivante da anni di esperienza. Infatti, è altamente scorretto classificare coloro che compiono azioni manuali come ignoranti e privi di intelletto, poiché le capacità tecniche e artistiche sono simbolo di una mente sviluppata e abituata a pensare, ragionare e, infine, ad agire per concretizzare il pensiero in un’opera d’arte. Oggigiorno le tèchnai, cioè i saperi tecnici o le arti pratiche, sono considerate inferiori rispetto al sapere libresco, mentre un artista che scolpisce una statua o un pittore che affresca una chiesa lascia ai contemporanei e ai posteri un patrimonio culturale e artistico prezioso. Nel nostro mondo, così caotico e instabile, fermarsi per un solo momento ad osservare un’opera artistica, arreca immensi benefici; infatti, ritengo che l’arte sia espressione del bello che, se contemplato, produce un effetto catartico. Quindi, è altamente scorretto e disdicevole attribuire falsi stereotipi, poiché ognuno di noi ha qualcosa da offrire al mondo e, anche se la via può essere impervia, tutti abbiamo un fine ultimo da raggiungere. Ogni singolo uomo pensa e, perciò, è un intellettuale, in quanto usa il proprio intelletto per compiere azioni e per vivere. Categorizzare coloro che non hanno studiato come ignoranti e privi di intelletto è fallace, poiché non è il basso grado di istruzione a rendere una persona priva di capacità intellettive, bensì sono le facoltà morali, etiche e comportamentali a descrivere e delineare la mente di una persona. Perciò, mi pare d’uopo distinguere la cultura dall’intelletto. Ovviamente, però, ci sono diverse attività che è possibile svolgere: alcune impegnano massimamente la nostra mente, altre, invece, obbligano a compiere uno sforzo maggiormente muscolare che mentale ma entrambe richiedono l’uso delle facoltà intellettive. Anche durante uno sforzo fisico il cervello lavora e ci induce a compiere certi movimenti rispetto ad altri. Il nostro intelletto interviene proprio per evitare che lo sforzo compiuto ci danneggi; quindi, coloro che prediligono alle cosiddette attività intellettuali quelle fisiche, non significa che non siano in grado di usare in modo appropriato il loro intelletto. Infatti, come dice Gramsci, scindere e separare il sapere dal saper fare è impossibile, poiché sia l’uomo che non predilige le attività manuali sia quello che della manualità ne fa una professione sono accomunati dall’essere artefici della propria sorte. Per l’appunto, la frase “Faber quisque fortunae suae”, ci ricorda che ogni uomo è artefice, quindi plasma e costruisce, sia con l’uso dell’intelletto che tramite le arti manuali la propria sorte. Ecco spiegato perchè l’intelletto e le tèchnai sono comuni a tutti gli uomini e tra loro inscindibili. Inoltre, oltre ad essere dotati di intelletto siamo tutti filosofi; infatti, ogni giorno ci si rapporta con parenti, genitori, amici, compagni di classe e colleghi con i quali esprimiamo i nostri pareri e loro, rispondendo positivamente o negativamente, espongono la loro idea sulla vita e sul mondo circostante.

Questo continuo scambio di punti di vista è positivo, in quanto inserisce l’uomo o, più precisamente, l’intelletto umano in un contesto sociale che, per quanto differente dal proprio, arricchisce e favorisce lo sviluppo e la creazione di “ nuovi modi di pensare” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere).

In conclusione, ritengo che quanto scritto dall’autore sia di fondamentale importanza per comprendere che non esistono persone intelligenti o totalmente prive di intelletto: siamo proprio noi, il genere umano, a rendere possibili le discriminazioni prendendone le distanze ma, in realtà, non facendo abbastanza per combatterle con decisione e rigore.

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