Pena di morte: ecco perché non serve a ridurre il tasso di criminalità

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Quello della pena di morte è forse uno dei temi politici più dibattuti in assoluto sul quale le destre e le sinistre di tutto il mondo si contrastano e si sono sempre contrastate ampiamente. La scelta di Trump di reintrodurre l’iniezione letale negli USA, peraltro in disaccordo con alcune leggi nazionali che la vedrebbero ancora come illegale, fa sicuramente discutere.

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Coloro che vogliono il provvedimento lo pensano molto probabilmente come un metodo per ridurre della criminalità e magari per avere più “giustizia”. Il potenziale criminale, infatti, dovrebbe essere intimorito e scoraggiato nel compiere le sue azioni obbrobriose dalla morte che gli spetterebbe successivamente. Possiamo dire in generale che, l’introduzione della pena di morte, ha un effetto psicologico placebo importante sulla popolazione, che si sente più sicura e spesso nutre, di conseguenza, maggiore fiducia nel governo e nelle istituzioni.

Vorrei però far venire alla luce alcuni aspetti importanti quando si parla di questo tema, rispondendo ad alcune domande. Siamo veramente sicuri che l’introduzione della pena di morte abbia come esatta conseguenza la diminuzione della criminalità?

Sembrerebbe assurdo ma alcuni studi statistici condotti nel passato hanno mostrato come la percentuale di criminalità sia aumentata nei paesi che hanno introdotto la pena di morte; si veda per esempio l’indagine condotta in California (vedi immagine) che mostra chiaramente come il tasso di omicidi sia stato doppio nel periodo delle esecuzioni. Per spiegare questo particolare fenomeno ho elaborato una personale spiegazione.

Pensiamo innanzitutto al fatto che questo tipo di pena è destinata a criminali spietati che hanno compiuto atti illegali molto gravi e spesso ripetuti: stragi, stupri multipli, omicidi seriali, attentati… 

Tali soggetti emergono spesso (ma non sempre) da contesti socio-economici difficili e dimostrano, oltre alla suddetta spietatezza, una psiche contorta, malata. Un soggetto che decide di compiere un atto efferato, come un attentato, sicuramente non ha paura della morte, anzi, si tratterebbe per lui di un finale con i fiocchi: ha compiuto l’azione che desiderava compiere, ora può andarsene in pace; in batter d’occhio è tutto finito. Non a caso molti attentatori, killer o criminali spietati sono suicidi e decidono di terminare la propria vita proprio dopo aver compiuto il crimine bramato. Come ulteriore esempio propongo di analizzare il caso di Mohamed Atta, attentatore suicida dell’11 settembre, un soggetto che pur emergendo da ricco contesto economico e di studi (aveva ben due lauree di cui una presa a Hamburg), possedeva degli ideali distorti, quelli della jihad, che lo hanno portato a compiere le azioni per cui è noto, ovvero schiantarsi con un aereo su una delle due Torri Gemelle.. Se sopravvissuto, sarebbe stato Mohamed Atta “idoneo” alla pena di morte? Con ogni probabilità. Aveva Mohamed paura della morte? Con ogni probabilità no.

La pena di morte induce solamente il criminale efferato a pensare: “Se uccido una persona o ne uccido mille è uguale, tanto poi muoio e in un attimo è tutto finito”. Ecco spiegato il motivo per cui è possibile l’aumento del tasso di crimini negli stati che applicano la pena di morte.

A mio avviso, un criminale come Mohamed Atta, se sopravvissuto, sarebbe dovuto essere imprigionato costretto a vivere (perché non è così scontato) e a subire le conseguenze psicologiche e sociali dell’atto che ha compiuto, in modo che possa spiegare ai suoi figli quanto si sia sbagliato in vita. E’ solo in questo modo che si spezza la catena, che si riduce la criminalità, che un jihadista non viene più visto come un eroe dalla sua famiglia e dal suo popolo. Il pentimento deve inoltre andare di pari passo con la rieducazione e il sostegno psicologico (e magari anche psichiatrico) a criminale imprigionato.

Esistono ancora due punti che vorrei far emergere contro l’utilizzo dell’esecuzione capitale. In primis, nel momento in cui lo Stato commette un delitto (ovvero l’esecuzione capitale), giustifica l’utilizzo di tale mezzo per l’ottenimento di un obiettivo che non è la conversione del mondo agli ideali islamici jihadisti – per fortuna –  ma la riduzione della criminalità, ed è forse è persino più grave.

In secondo luogo non trascuriamo tutti i casi di malagiustizia o di errori giudiziari, per cui vengono condannati, anche all’esecuzione capitale, persone innocenti o che non si meriterebbero, comunque, tale pena.

Penso che da tutto ciò emerga come l’introduzione della pena di morte non abbia effetti positivi sulla criminalità ma che anzi, contribuisca ad aumentarla. I politici che desiderano introdurla, a mio avviso, fanno una scelta puramente demagogica, per l’ottenimento di consensi da parte della popolazione che, soventemente ignorante, non comprende la gravità di un tale provvedimento.

Sarebbe quindi opportuno esortare i cittadini americani a stare in guardia, a diffidare dei populismi e a scegliere quei politici che fanno l’interesse del paese pur compiendo scelte che sono impopolari a prima vista ma che, nel medio e lungo termine, faranno ricredere con i loro effetti positivi.

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