La follia nell’antica Grecia

Banner Add

Nell’antichità la follia era considerata come parte inscindibile della razionalità. Non vi era una netta separazione tra la ragione e la sfera più emotiva e irrazionale della mente. Da molti storici il mondo greco era studiato come l’universo della misura, della compostezza e di tutti quei valori che il termine apollineo racchiude in sè ma, in realtà, l’emisfero dionisiaco, cioè del piacere sfrenato e delle emozioni, non era percepito come diverso, bensì i due mondi convivevano insieme completandosi vicendevolmente. Questo aspetto oltre a stupire noi contemporanei, fa riflettere sulla tolleranza che i Greci avevano per gli esseri umani. La convivenza con aspetti opposti e diversi da noi è un valore che nella società contemporanea ha ormai perso significato. Infatti, il diverso viene allontanato e scartato, mentre al tempo degli antichi la diversità non solo era accettata, ma era anche connotata positivamente in quanto in grado di accrescere l’animo e la mente umana. Il processo di marginazione della follia inizia con Pericle nel V secolo a.C. e continua con il progressivo sviluppo della medicina. Quindi, se da una parte gli antichi ritenevano il folle come colui che viveva un’esperienza di estasi ed era anche considerato come un sapiente, in quanto capace di entrare in contatto con realtà ai più sconosciute, dall’altra nella modernità la società reagisce in tutt’altro modo alla diversità, condannandola e prendendone le distanze. Ovviamente, per noi contemporanei è assurdo entrare in contatto con la sfera dell’irrealtà ed è altrettanto impossibile riproporre il modello greco come un prototipo da seguire; infatti, quei secoli sono troppo distanti da noi ma dagli antichi dobbiamo imparare a non giudicare prima di una scrupolosa analisi.

Banner Add