Il Grande Gatsby – recensione

Siamo nella New York degli anni Venti, la vita corre frenetica e sembra quasi che la Grande Mela sia avvolta in un alone di felicità perpetuo, quasi senza tempo. Proprio in questa città, durante i cosiddetti “Roaring Twenties”, è ambientata la storia del nostro enigmatico e atipico protagonista, Mr Gatsby, alla continua ricerca dell’amore perduto, della sua Daisy. Un amore che non arriverà mai e lascerà solo Gatsby nella New York degli eccessi, dell’opulenza e dell’ipocrisia. Ebbene sì, in questo meraviglioso romanzo – scritto da Francis Scott Fitzgerald, che affida il ruolo di narratore a Nick Carraway, un personaggio che funge da osservatore esterno ma al tempo stesso emotivamente coinvolto dalla figura del protagonista- non si parla solo di amore, ma anche della società americana. Si può dire che rifletta tutto ciò che gli americani di quell’epoca hanno voluto occultare: infelicità e solitudine. Gatsby, Daisy e tutte le persone a loro intorno, cercano di mascherare la loro deprimente tristezza, andando in cerca della felicità, organizzando feste, stando in società, ma, come si può sin da subito notare, a queste feste, organizzate nella lussuosissima villa di Gatsby, nessuno lo cerca, pochi lo conoscono e, soprattutto, pochi sono a conoscenza del suo turbolento passato. La narrazione è concentrata e lo stile utilizzato presenta dei tratti caratteristici che incarnano l’America di quel periodo, come il pragmatismo, la concretezza del linguaggio, a tratti realistico e spietato, che punta ad evidenziare la volontà comune degli americani nell’impegnarsi a raggiungere ad ogni costo il tanto agognato “American Dream”.

Alessandro Graziano 

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