Alitalia, la nostra sanguisuga di soldi pubblici “eccellenza” italiana.

Alitalia, la ex-compagnia di bandiera, costata fino ad adesso 11 miliardi di soldi pubblici, è ancora in amministrazione straordinaria dal 2017. La data di scadenza del bando di vendita, prolungata molteplici volte, dovrebbe essere a inizio Maggio, ma l’ipotesi della nazionalizzazione si fa sempre più reale.

Sono sempre di più i paesi che, per via del Coronavirus, si trovano obbligati a bloccare i voli dall’estero. Questa emergenza sta mettendo in dura difficoltà le compagnie aeree di tutto il mondo, qualcosa di nemmeno visto dopo gli attacchi dell’11 Settembre, che hanno portato i ricavi delle compagnie aeree a picco per via della paura dei passeggeri.

Questa crisi, però, si sta abbattendo ancora più forte sulla nostra ex-compagnia di bandiera. Alitalia, infatti, si trova in una crisi già da più di un decennio. Gli errori politici, le scelte sindacali sbagliate, la mala gestione e un susseguirsi di commissariamenti hanno portato quello che era il più importante vettore italiano a diventare un vettore del tutto ininfluente nello scenario europeo e non, tanto che ne usufruiscono poco meno del 10% dei passeggeri d’Italia (dati Enac).

11 miliardi di soldi pubblici in salvaguardia della “italianità”

Dal 2007 Alitalia è costata ai contribuenti italiani un’incredibile cifra di 11 miliardi di euro. Nel 2007 quando la compagnia è andata per l’ennesima volta in amministrazione straordinaria, si stava delineando una vendita a Air France. La vendita fu però stroncata dalla caduta del governo Prodi e dall’arrivo di Berlusconi che ne cancella l’accordo in nome della “italianità” della compagnia. Da lì iniziano i primi prestiti ponte per tamponare il fallimento imminente, per una spesa di 2,5 mld solo in quell’anno. Da lì parte l’accordo per l’italianissima cordata di investitori, organizzata da Silvio Berlusconi, che ne avrebbe tutelato l’italianità. Questa cordata ci costò altri 800 milioni solo in quell’anno. Per non parlare del segnale che lanciò a tutto il mondo: ossia di un paese in cui era impossibile investire, con ripercussioni negli anni a venire.

Le scelte sbagliate: troppi voli interni, poco lungo raggio

L’errore peggiore fu quello di puntare tutto, a seguito del fallimento del 2007, su una strategia di espansione nel corto raggio. Questa non solo fu solo una scelta sbagliata, ma anche controproducente. L’arrivo in Italia delle low-cost, tipo Ryanair e EasyJet, avrebbe segnato da lì a poco una saturazione completa del mercato dei voli interni italiani. Questo fu peggiorato da molteplici errori politici. L’Italia ha infatti assegnato innumerevoli sussidi statali per operare rotte interne considerate “strategiche”, all’interno del programma di continuità territoriale, a compagnie low cost, finendo così per aiutarle maggiormente. Un giusto piano industriale sarebbe stato, come fatto dalle altre compagnie di bandiere europee, quello di espandere il network di rotte a lungo raggio. Questo ovviamente non è mai stato fatto e lo si può notare semplicemente dalla flotta di Alitalia. La ex-compagnia di bandiera possiede infatti solo 29 aerei su 93 abilitati per il volo a lungo raggio, ossia il 27% della flotta. Un numero bassissimo in confronto a compagnie paragonabili ad Alitalia, tipo Iberia che possiede 49 aerei a lungo raggio su 91, ossia il 53% della flotta.

Tanti soldi pubblici spesi per poi cedere la tanto acclamata italianità

Alla fine della storia, dopo soli cinque anni, la famigerata cordata di Berlusconi, costata circa 5 mld ai contribuenti, crollò. Questo fu dovuto a una mala gestione e sopratutto a una poca esperienza settoriale dei vertici dell’azienda. Si rese così necessario un altro intervento statale per poi, nel 2015, vendere il 49% del capitale alla compagnia Ethiad Airways. Insomma alla fine della storia l’italianità fu lasciata da parte, per cercare di creare un progetto di mercato concreto. Progetto che per via delle forti pressioni sindacaliste, nel 2017, fallì di nuovo. Il fallimento portò a un’amministrazione straordinaria con il compito di trovare una soluzione di mercato fattibile. Da lì a poco il cambio di governo avrebbe di nuovo cambiato le carte in tavola, facendo così slittare di nuovo la data di chiusura del bando. In un susseguirsi di slittamenti e prestiti ponte, l’amministrazione straordinaria, tutt’ora in vigore, costò 3,4 mld di soldi pubblici. Le manifestazioni di interesse però non mancarono, considerata la brutta reputazione passata, ma i governi, in collaborazione con le amministrazioni straordinarie, le rifiutarono di nuovo. Rifiutarono quelle di AirFrance-Klm, quelle di Lufthansa, quelle di EasyJet, facendo intendere che sarebbe stato meglio continuare a far pagare il fardello alle tasche degli italiani: e così fu.

E adesso? La nazionalizzazione.

L’emergenza Coronavirus ha infatti aggravato la situazione, portando tutte le maggiori compagnie aeree in difficoltà. Il Governo Conte II, di nuovo in attesa di manifestazioni di interesse, che ovviamente non arrivano più, sembra dunque propenso alla nazionalizzazione di una parte della compagnia aerea, seguita ovviamente da casse integrazioni per circa 6.500 dipendenti. Si prospetta dunque la creazione di una NewCo formata da circa 25/30 aerei a, forse, piena partecipazione pubblica, organizzata sotto il Mef. Sarà dunque lo stato a risolvere la questione Alitalia? Sarà dunque lo stesso stato che ha rifiutato molteplici volte offerte di mercato, rivelatesi poi con altre compagnie aeree funzionanti (vedi Austrian, Swiss, Brussels Airlines), a risolvere il problema Alitalia? O sarà invece l’ennesimo spreco di soldi pubblici verso una azienda che non merita, in questa forma, di esistere?

di Giulio Rigazio